Letteratura e gioco d’azzardo: Paura e disgusto a Las Vegas di Hunter Stockton Thompson

Letteratura e gioco d’azzardo: Paura e disgusto a Las Vegas di Hunter Stockton Thompson

Cominciamo questa rassegna dedicata alla connessione tra letteratura e gioco d’azzardo con un titolo scomodo, sia per la letteratura che per il gioco d’azzardo. Paura e disgusto a Las Vegas, tradotto in Italia da Sandro Veronesi per Bompiani, è uno di quei libri che ogni scrittore vorrebbe scrivere, ma che per mancanza di coraggio finisce col restare per l’appunto solo un’idea. Perché ci vogliono stomaco, fegato e tutti gli organi in forma per scrivere un romanzo come questo.

Meno conosciuto di quanto non sia il film interpretato da Benicio del Toro alias Dr. Gonzo e Johnny Depp nel ruolo di Raoul Duke (alter ego dell’autore), il romanzo di Hunter Thompson è un viaggio psichedelico e mortalmente vero nel Sogno Americano. E quale luogo meglio di Las Vegas con le sue luci, i suoi imponenti alberghi con annessi casinò è in grado di rappresentare questa utopia?

La genesi di un classico della letteratura sul gioco d’azzardo

La vicenda rientra in quel genere letterario di cui Thompson fu il, più o meno consapevole, creatore. Il gonzo journalism sta a metà strada tra il reportage giornalistico e la fiction. Molti gli autori che hanno impiegato questa tecnica di narrazione: da Truman Capote con A sangue freddo a Foster Wallace con il suo celebre Una cosa divertente che non farò mai più.

Paura e Disgusto a Las Vegas uscirà in due puntate sulla rivista Rolling Stones: un mensile nato da poco e che voleva offrire un punto di vista nuovo, irriverente e critico, sulla scena giornalistica statunitense. Thompson propose, all’allora direttore di Rolling Stones Jan Wenner (siamo nel 1971), un reportage sulla Mint 400, una corsa off road nel deserto del Nevada. L’idea piacque così tanto che Wenner gli affidò l’incarico e Thompson fu spedito on the road per assistere alla corsa promossa dal Casinò Mint di Las Vegas.

La trama e il viaggio

Una Chevrolet Impala rossa del 1971, un aiutante, l’avvocato e amico di Thompson, Oscar Zeta Acosta, e un bagagliaio carico di sostanze psichedeliche sono gli unici supporti che il giornalista sportivo portò con sé durante il proprio lavoro. La strada era già spianata verso un’avventura ai limiti delle umane possibilità.

I due protagonisti alla corsa non arriveranno mai, persi nelle scintillanti attrazioni della città di Las Vegas e dei suoi casinò; per non parlare di tutto quello che avevano nel bagagliaio. Lo spazio che attraverseranno sarà più onirico che fisico e il Sogno Americano si dimostrerà ormai vecchio e debole così come la società che lo ha prodotto.

Ma ciò che conta è per l’appunto il viaggio, come insegna a Thompson Jack Kerouac, uno degli autori da lui più amati. E come sempre il viaggio più importante è quello interiore e nel caso di Paura e disgusto a Las Vegas offre una prospettiva della realtà così distorta da apparire drammaticamente vera.

La Las Vegas di Hunter Thompson

Con Paura e disgusto a Las Vegas Hunter Thompson ha saputo descrivere nel modo a lui più vicino, la distopia di un sogno, quello americano, la cui rappresentazione di sé stesso non coincideva affatto con la sua intima natura. Una sorta di gioco alla matriosca in cui a ogni svolta della strada se ne apre ancora un’altra e poi un’altra in un viaggio verso l’infinito.

Se vi sono piaciuti i libri di Thomas Pynchon, il cinema di Quentin Tarantino e il cinismo di Chuck Palahniuk, Paura e disgusto a Las Vegas è il libro che fa per voi. Vale anche per coloro che vogliono avere un punto di vista diverso sulla città di Las Vegas e i luoghi che meglio la rappresentano, vale a dire i suoi casinò.

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